All’interno della duecentesca chiesa di S. Paolo Eremita in Brindisi[1], si sviluppa un importante apparato decorativo in stile barocco comprendente 7 altari in pietra leccese. Nel corso del ‘700, ma in questo caso anche prima, la maggior parte delle chiese stava subendo una sorta di rielaborazione in stile barocco, ragion per cui, la chiesa in questione presenta un ricco scenario barocco.

Di tutti gli elementi decorativi, che si erano andati a sostituire alle vecchie vestigia medievali, restano fortunatamente solo gli altari poiché tutto il resto è andato distrutto nel corso dei restauri condotti nella prima metà del novecento. Dalla documentazione in merito, meglio dal computo metrico estimativo, emerge infatti l’intenzione dello smontaggio e accatastamento degli altari, probabilmente rimossi e poi recuperati e ricollocati all’interno della chiesa. Era questa l’epoca in cui si innesta la così detta opera di “sbarocchizzazione” in base alla quale uno spregiudicato disprezzo per l’arte barocca si tramuta in demolizione a favore del ripristino degli elementi romanici o gotici precedenti. L’edificio, infatti, era completamente ricoperto da paraste in marmo,un arco a tutto sesto finemente ricoperto da stucchi e marmi, definiva la zona presbiteriale, mentre il soffitto era ricoperto da un plafone ligneo, opera di Agesilao Flora che rappresentava l’Immacolata e lo Spirito Santo. Altri elementi oggi del tutto perduti sono il pulpito in marmo eretto nel 1900 e la balaustra di fronte all’altare maggiore.

Particolare attenzione merita l’altare custodito all’interno della cappella di San Francesco che si apre nel lato sinistro della chiesa, in corrispondenza dell’altare maggiore.

Per accedere alla cappella, il maestoso ingresso principale (si accede anche dalla sacrestia) è costituito da tre elementi portanti (colonne e paraste) che poggiano su dei plinti, aventi tutti e tre emblematiche caratteristiche. Al di fuori delle due colonne lisce centrali, i  due pilastri posti sul lato esterno rappresentano una vera e propria peculiarità, soprattutto per il nostro territorio . Si tratta della tipologia detta “colonna ingabbiata”, elemento caratterizzante dell’architettura salentina, in cui la forma cilindrica della colonna risulta racchiusa all’interno di un pilastro. Il terzo plinto, quello interno sembrerebbe sorreggere un’altra colonna, mentre invece sorregge il portale che si snoda in due decorazioni. Quella visibile dall’esterno è semplicemente una cornice, mentre entrando ci si accorge della particolarissima decorazione. Si tratta di una cornice riccamente decorata che corre sugli stipiti interni, è come se una rete reggesse ed ordinasse dei fiori racchiusi in dei rombi.

Il tutto regge un timpano in cui troneggia lo stemma della famiglia Vavotici[2], sulla sommità dello stemma vi si appoggia una civetta con ali aperte che tra le zampe regge un libro aperto, al centro due leoni rampanti e affrontanti con due rispettive corone sulle teste, sorreggono un rosone da cui partono due fasce che inquadrano un sole. All’interno della cappella si contano quattro stemmi della famiglia più quello posto all’ingresso della stessa.

La costruzione della cappella è strettamente legata ad un doloroso evento che colpì Giovanni Maria Moricino (1558-1628), medico e storico brindisino. Suo figlio, Francesco, morì tragicamente cadendo da un albero di gelso moro che si trovava proprio nel giardino dell’attiguo monastero della chiesa : aveva solo sedici anni. Così il padre decise di far costruire una cappella in cui poter far riposare il figlioletto all’interno di un

 

sontuoso sepolcro in pietra[3]. Lo storico Andrea della Monaco così ci descrive l’evento : Si vede in detta chiesa una notabile Cappella dedicata al Serafico Patriarca d’ Assisi con la di lui statua di legno vagamente intagliata e colorita, che si solleva in mezzo di due Reliquiari, la quale fu fatta edificare dal dottissimo Filosofo, e Medico Gio. Maria Moricino Brundusino devotissimo del Santo, facendovi anco il sepolcro, dove al presente riposano le sue ossa. Era costui Padre d’un figlio unico, chiamato Francesco Moricino, che un anno, e tre giorni era ch’ havea   passato il terzo lustro, questo come giovane essendo salito sopra un albero di Moro, ch’era ne giardino di detto Monastero, tirato dall’ amidità  di questi frutti, cadde disgraziatamente da quella pianta, e di là poco tempo terminò il suo corso vitale; quell’essere afflitto genitore per memoria un sontuoso tumulo sopra terra dentro la medesima Cappella dove non senza lacrime racchiuse il di lui cadavere. Vi si leggono tanto nel tumulo, quanto nella Cappella diverse iscrittioni composte dal medesimo Dottore Gio. Moricino, essendo stato non solo eminente nella Medicina, nella Teologia, nelle Historie, e in altre licenze, che sdegnar poeta il secondo luogo fa primi, se l’humiltà e la modestia no gli havessero bandito dal cuore quell’ arterigia, che suol essere effetto de virtuosi, e difetto della virtù,ma ancora era sommamente grato alle muse tanto Latine quanto Toscane[4].

Si tratta di un vero e proprio monumento funebre retto da due animali zoomorfi stilofori che per la parte del busto sembrerebbero simili a due leoni, mentre il capo sembrerebbe più simile a un cane, i quali, rabbiosi e fermi in un ringhio, come se fossero stremati dal peso che grava sul loro dorso, sorreggono le colonne ( celate dietro di loro) e quindi il resto del sepolcro. Tra i due animali, troneggia ancora una volta lo stemma della famiglia Vavotici.

Una scritta campeggia nella prima parte del monumento, in una ricca cornice mistilinea, attorniata da elementi vegetali, al di sopra, il loculo dove riposa il giovane con suo padre è  contrassegnato da femori incrociati con teschi, simboli della morte.

Il monumento si conclude “a timpano” dove troviamo riportata un’altra iscrizione : “Usque adeo gaudent morientium mora cruore mora rubent iterum sanguine, nate, tuo. E moro moreris, moricine lapus et istud nome net omen erat: dant tibi mora mori[5]. ( Ancora oggi le more godono del sangue dei mortali, una seconda volta, o figlio, le more rosseggiano del tuo sangue. O Moricino, caduto da un moro, tu muori: così - giacchè codesto tuo nome era a un tempo un triste presagio - le more morte ti danno)

 All’ interno della stessa cappella è collocato il magnifico altare intitolato al SS. Sacramento.

Quest’ultimo, rappresenta un esemplare unico nel suo genere nel nostro territorio, infatti, l’influenza barocca, timidamente in questi anni si stava affacciando e diffondendo e purtroppo ben poche sono le testimonianze che restano della cultura barocca a Brindisi.

Assieme a quest’ultimo la chiesa conserva altri sei altari degni di nota : l’altare di S. Giuseppe da Copertino, di Sant’ Antonio da Padova (1632), S. Maria (1603) sul lato sinistro, mentre sul lato destro rispettivamente, l’altare del SS. Crocefisso, dell’ Immacolata (1741) e dei Santi Vito, Modesto e Crescenza.

 

 

L’altare barocco in questione, si sviluppa in piena sintonia con le caratteristiche dell’altare in pietra leccese salentino, spesso paragonato ad una facciata di chiesa in miniatura o ad un grande polittico o retablo[6] all’aperto. Le decorazioni che si estendono su di essi si sovrappongono l’un l’altra, restituendoci uno scenario ricolmo di fiori, frutti, puttini, angeli, festoni, ghirlande e varie tipologie di colonne, tutti messi in relazione su vari piani prospettici. Questo è in gran parte dovuto e reso possibile dal materiale con cui è realizzato l’altare, ovvero la pietra leccese che si contraddistingue per la sua duttilità e quindi rapidità e facilità nell’essere modellata a piacimento.

Tornando all’altare, la nicchia centrale, è inquadrata da una cornice ornata da innumerevoli cherubini, il tutto invece, è inquadrato da una sorta di quinta prospettica in cui nella parte centrale si sviluppa una fitta decorazione floreale (a giglio) a traforo simile ad una grata. Al di sotto, ciascuna per ogni lato, due lapidi riportano un elenco di nomi di Santi di cui all’interno si custodiscono delle reliquie.

Tutto attorno si sviluppa un’incessante armonia di intrecci floreali che ci restituiscono l’idea di una sorta di ricamo che corre lungo ogni angolo, sulle trabeazioni, sui plinti, sui pilastri e sui capitelli senza lasciare alcuna zona libera.

Particolare attenzione destano le quattro colonne rudentate che inquadrano l’altare, incassate negli angoli e rese quasi a tutto tondo, riportano una ricca decorazione che abbraccia elementi vegetali e animali che si diramano anche sulle paraste adiacenti alle colonne.

Le due colonne più esterne, nella loro parte inferiore presentano una fitta decorazione vegetale in cui si innestano testine di angioletti alati e altri volti umani più grandi posti di profilo, caratterizzati da una vivace capigliatura simile alle ramificazioni vegetali che li contornano .

Le colonne più interne, poste ad inquadrare la nicchia centrale dell’ altare, si contraddistinguono per l’inserimento di figure antropomorfe accuratamente integrate con la decorazione vegetale che li circondano.

Si tratta di due grifoni alati bicefali rappresentati in due modi diversi : l’ uno è il tipico uccello - grifone in cui il corpo leonino si mescola con la testa di uccello, con ali spiegate, zampe anteriori d’aquila e quelle posteriori da leone ; l’altra è invece il grifone - leone, con corpo leonino ,ali di uccello e testa da leone. Le zampe è la coda si inseriscono perfettamente nella vegetazione divenendo anch’esse elementi decorativi .

L’altare termina con un meraviglioso fastigio al centro del quale, posto sulla cimasa, emerge uno stemma, si tratta ancora dell’araldica della famiglia Vavotici, molto simile nella sua parte centrale all’altro stemma posto sul monumento funebre.

Nel suo insieme, la cappella con i suoi due monumenti, rappresenta un’interessantissima testimonianza della cultura barocca nella città di Brindisi, un esemplare unico da preservare, che purtroppo data l’incuria che è andata a svilupparsi in questi anni presenta cenni non indifferenti di lesioni sulle trabeazioni che corrono lungo l’altare. Versano in cattivo stato di conservazione, purtroppo, tutti gli altri altari della chiesa e la chiesa stessa che necessita di un vero e proprio intervento di restauro e riconsolidamento.



[1] La chiesa di S. Paolo, venne edificata per volere di Carlo d’ Angiò, re di Napoli, il quale fece dono alla comunità francescana locale del suolo il 2 marzo del 1284.

[2] AA.VV. Araldica della città di Brindisi, nelle memorie di Giovanni Leanza, Bari- Lecce 2005, pag.164 Antica famiglia trasferitasi nella metà del ‘500 da Mesagne a Brindisi è documentata sotto il nome di Bavotiche, Viatiche e Vavotiche nel XVI secolo. Nella cappella sono presenti 4 esemplari lapidei della famiglia in questione.

[3] V. Papadia, Brindisi dal paganesimo al cristianesimo, Latiano 2002, pag.58 , P. Camassa, Guida di Brindisi, Lecce 1999, pag.40 ,

[4] A.della Monaca, Memoria Historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi, ristampa fotografica, Bologna 1972, pagg.456,458

[5] Ancora oggi le more godono del sangue dei mortali, una seconda volta, o figlio, le more rosseggiano del tuo sangue. O Moricino, caduto da un moro, tu muori: così (giacchè codesto tuo nome era a un tempo un triste presagio) le more morte ti danno. Traduzione da G. Carito, Guida di Brindisi ,Oria 1994pag.56

[6] V. Cazzato, Il barocco leccese, Bari 2003, pag. 96